Adrian Lee è un fotografo al collodio umido a tempo pieno, con base a Greenwich, Londra. Prima del collodio aveva lavorato per anni con la pellicola e le Rolleiflex, attratto dal medio formato, dalle fotocamere meccaniche e dall’alchimia della camera oscura. Poi vide la sua prima immagine al collodio umido.
Bastarono la materia, l’argento, la ridotta profondità di campo e la strana capacità della fotocamera di sembrare una macchina del tempo. La risposta fu immediata: non capiva ancora del tutto il procedimento, ma sapeva di volerlo praticare.
«Un po’ arte, un po’ artigianato, un po’ storia, un po’ scienza.»
Un’ossessione che dà molto in cambio
A trattenere Lee nel procedimento è proprio la difficoltà. Il collodio umido è un apprendimento continuo. La chimica cambia, le condizioni mutano, le lastre falliscono e un’immagine riuscita va costruita da zero. Quando tutto funziona, il risultato non è soltanto una fotografia, ma un oggetto fisico creato attraverso una sequenza di gesti consapevoli.
Questa concretezza cambia anche l’esperienza di chi posa. Le persone vedono nascere l’immagine e portano via un ritratto verniciato che può durare per generazioni. A Lee piace il lavoro meditato in studio, ma anche allestire postazioni temporanee per ritratti rapidi e accessibili durante festival ed eventi pubblici, collegando chi posa oggi alla tradizione dei ferrotipisti itineranti.
Sei minuti, molte variabili
Una lastra comincia molto prima dell’esposizione. Il bagno di nitrato d’argento va controllato, filtrato e mantenuto alla densità e all’acidità corrette. Si preparano sviluppo, fissaggio e vernice. Si versa il collodio sulla lastra, la si sensibilizza nel bagno d’argento, la si carica sotto luce rossa e la si inserisce nella fotocamera di grande formato.
Lee usa spesso vecchi obiettivi Petzval e Heliar. Data la sensibilità estremamente bassa del collodio umido, servono obiettivi luminosi e una messa a fuoco precisa. L’esposizione può consistere semplicemente nel togliere il tappo all’obiettivo. Seguono sviluppo, risciacquo e fissaggio: il momento in cui l’immagine emerge visibilmente sulla lastra.
Quella rivelazione emoziona ancora Lee. Anche dopo tante ripetizioni, vedere l’immagine apparire nel fissaggio conserva qualcosa di misterioso.
Caso, fallimento e carattere
Il collodio umido contiene più incertezza della maggior parte dei sistemi fotografici moderni. Luce, chimica, temperatura, pulizia e luogo possono cambiare il risultato. Lee cerca di capire quali imperfezioni distruggano un’immagine e quali le diano carattere.
In un tratto industriale del Tamigi, alcune lastre colate in modo irregolare si accordarono inaspettatamente così bene con l’ambiente segnato dal tempo da sembrare ripescate dopo un secolo. Altre imperfezioni vengono invece cercate: bordi irregolari o lo sfocato vorticoso di un Petzval a focale corta.
«Il fare è importante quanto il risultato.»
Le lastre fallite gli hanno insegnato a non considerare i problemi come interruzioni, ma come parte del mezzo. Il collodio umido richiede capacità di individuare gli errori, pazienza e disponibilità a perdere il lavoro, a volte persino durante la verniciatura finale.
Di nuovo verso il Norfolk
Dopo trent’anni a Londra, Lee comincia a pensare a un ritorno fotografico nel Norfolk rurale in cui è cresciuto. Il procedimento che un tempo lo aveva attratto verso la storia della fotografia potrebbe ora diventare un modo per riguardare un paesaggio e una comunità personalmente familiari.
Per Lee il collodio umido non è un costume storico. Le sue influenze attraversano le epoche — fotografia vittoriana, ritratto hollywoodiano, Avedon, film noir — senza dover dichiarare le immagini vecchie o nuove. La continuità sta nel fare: chimica, luce, mestiere, collaborazione e la lastra fisica che rimane.
Developing Stories è una serie editoriale di Berlin Photo Studio dedicata alle persone, ai ricordi e alle vite dietro le fotografie che incontriamo.