Le fotografie di Anthony Porcaro nascono da una contraddizione. Costruisce scene dichiaratamente artificiali — miniature, composizioni digitali, spazi impossibili — e poi le registra al collodio umido, un procedimento le cui striature, bolle e alterazioni chimiche vengono spesso lette come segni di autenticità fotografica.
Non cerca di nascondere la finzione. Si chiede piuttosto perché certe tracce materiali ci portino a fidarci di un’immagine e che cosa accada quando un procedimento storico associato alla verità viene usato per fotografare qualcosa che non è mai esistito.
Scoprire che la fotografia è chimica
Porcaro si avvicinò davvero alla fotografia all’università. Un corso di camera oscura e un primo progetto di fotogrammi resero improvvisamente concreto il mezzo: un’immagine analogica non era solo una figura, ma una rappresentazione chimica di luce e tempo. Più tardi, durante gli studi a Firenze, scoprì la cianotipia, la stampa su carta salata e la stampa all’albumina. I procedimenti storici divennero un modo per legare la fotografia, insieme, al luogo, al soggetto e alla storia.

Oggi quel rapporto va oltre il suo lavoro in studio. Come artista e docente, Porcaro considera il sapere fotografico del passato un patrimonio fragile. Il collodio umido, in particolare, sopravvive grazie a chi continua a praticarlo, insegnarlo e trasmetterlo. Conservare il procedimento diventa quindi parte del lavoro stesso.
L’immagine come oggetto contraddittorio
L’osservazione e l’artificio delle immagini contemporanee attraversano tutta l’opera di Porcaro. Lo interessa la condizione di essere osservati: dal pubblico, dai sistemi dei social media, dagli algoritmi e dallo spettatore implicito dentro l’immagine. Opere come Sky Box, Viewer e Autorefractor trasformano questa inquietudine in ambienti costruiti.

Costruire le scene può richiedere settimane o mesi. Carta da parati, arredi, disposizione delle stanze e piccoli oggetti decorativi vengono scelti per rafforzare l’idea centrale. In questo senso, fare una fotografia somiglia spesso più al disegno, alla pittura o alla scenografia che a uno scatto istantaneo. Il lungo lavoro di costruzione lega inoltre ogni immagine a un periodo preciso della vita di Porcaro.
Perché «Viewer» ha cambiato il suo lavoro
Viewer ha segnato una svolta. In precedenza Porcaro creava spesso scene realistiche attraverso fotomontaggi digitali, le stampava e poi le rifotografava su lastra al collodio umido. La superficie chimica introduceva alterazioni che agivano come segni di autenticità.

Costruire fisicamente gli ambienti ha aperto possibilità diverse. Il collodio umido può registrare una quantità enorme di dettagli e le scenografie in miniatura offrivano loro uno spazio. Gli ambienti immaginari sono diventati più tangibili, profondi e convincenti. Hanno anche permesso di mostrare il processo dietro l’immagine nelle esposizioni, dove il pubblico poteva incontrare sia la fotografia sia il lavoro necessario a costruirne la scena.

L’imperfezione come prova
Per Porcaro, le alterazioni del collodio umido non sono difetti da eliminare, ma elementi centrali del significato dell’opera. Una bolla, una striatura o un bordo irregolare testimoniano che davanti alla fotocamera è avvenuto un processo fisico e chimico. Quella traccia concreta conferisce alle scene costruite una credibilità materiale che un file digitale perfettamente pulito non potrebbe dare.
È qui che la tensione diventa feconda: scene fantastiche prendono forma attraverso un procedimento storicamente legato alla verità oggettiva. La fotografia è al tempo stesso finzione e prova.

Insegnare a sperimentare
Anche l’insegnamento mantiene in movimento la ricerca di Porcaro. Invita gli studenti a sperimentare, perché spesso una voce fotografica si scopre provando procedimenti sconosciuti, non ripetendo ciò che funziona già. Applica la stessa logica a sé stesso. Recenti esperimenti di doppia esposizione al collodio umido gli hanno aperto un’altra via narrativa, in un procedimento i cui tempi serrati rendono difficili queste tecniche.
Il suo attuale interesse per le immagini degli autorefrattometri prosegue il tema dell’osservazione. Nell’apparecchio optometrico, il paziente guarda un’immagine centrale rassicurante mentre la macchina esamina l’occhio che la osserva. Porcaro unisce questa idea alla fotografia stereoscopica e alle doppie esposizioni al collodio umido: un’immagine sul vedere, sull’essere visti e sul dispositivo che si trova tra i due.

Guardare da vicino
Il lavoro di Porcaro chiede tempo perché è stato costruito nel tempo. Le scene prendono forma lentamente, strato dopo strato, e i dettagli contengono riferimenti alla storia dell’arte, a opere precedenti, all’osservazione e alla memoria. Il fatto che l’immagine finale appaia surreale non significa che qualcosa sia casuale.
L’invito è dunque semplice: guardare da vicino. Sotto la chimica c’è un mondo costruito; sotto la costruzione, una domanda su ciò a cui crediamo quando una fotografia sembra autentica.
Developing Stories è una serie editoriale di Berlin Photo Studio dedicata alle persone, ai ricordi e alle vite dietro le pellicole e i procedimenti fotografici che incontriamo.