Per Brandon Langiano, la fotografia è in parte uno strumento per guardare fuori di sé e in parte un modo per elaborare ciò che accade dentro. Spesso esce con una fotocamera spinto da uno stato d’animo — inquietudine, curiosità, tensione — e lascia che il mondo dia forma a quella sensazione.
Questo rapporto con la fotografia è iniziato presto. Sua madre, appassionata di fotografia su pellicola, gli regalò una Pentax. Anni dopo, quando la carriera nella strategia creativa e di marca a livello internazionale aveva occupato gran parte della sua vita, tornare a una fotocamera analogica riaccese la pratica con una forza inattesa.

La disciplina del 35 mm
Langiano descrive il 35 mm come un formato intimo. Il numero limitato di pose, i comandi manuali e l’attesa del risultato lo hanno portato a scegliere gli scatti con un impegno diverso. Si è lasciato assorbire dal ciclo dello scattare, aspettare e vedere arrivare le scansioni. Anche se oggi usa spesso il digitale, soprattutto per i lavori commerciali, le abitudini imparate con la pellicola continuano a guidare il suo sguardo.
Lo spazio pubblico premia questa attenzione più lenta. Gli interessano meno gli eventi vistosi che le pause tra un avvenimento e l’altro: gesti discreti, atmosfera, luce e storie che sembrano svolgersi senza annunciarsi.

Parigi offriva abbondanza; Hobart chiede attenzione
I luoghi hanno segnato profondamente il lavoro di Langiano. Ha vissuto a Hobart, Sydney, Copenaghen e Parigi, e ogni città ha richiesto una risposta fotografica diversa. Parigi offriva densità, anonimato e stimoli visivi quasi continui. Tornare a Hobart, in Tasmania, ha prodotto l’effetto opposto.
Il trasferimento lo ha destabilizzato sul piano creativo. Una pratica cresciuta in un certo tipo di strada doveva improvvisamente sopravvivere senza di essa. Langiano ha dovuto chiedersi se fotografasse perché Parigi era generosa o perché avesse davvero uno sguardo capace di lavorare anche altrove.

La risposta non è arrivata subito, ma la difficoltà gli ha insegnato qualcosa di duraturo: il fotografo conta più del luogo. Lo sguardo non smette di funzionare quando cambiano le strade, ma deve imparare a conoscere quelle nuove.
Quando è l’immagine a trovarti
Langiano comincia raramente un lavoro personale con un soggetto prestabilito. Di solito arrivano prima la luce e l’atmosfera, poi un elemento umano. Come dice lui, spesso è l’immagine a trovare lui, più che il contrario.

La sua elaborazione è misurata, ma non neutra. Nella fotografia di strada ricorre talvolta all’astrazione e al mosso prodotto dai tempi lunghi per creare una sensazione narrativa; poi regola colore ed esposizione per rendere più chiaro lo stato d’animo già presente nell’inquadratura. Non vuole enfatizzare eccessivamente il momento, ma conservare la sensazione che avrebbe potuto passare inosservato.
Una fotografia di Parigi che racchiude uno stato d’animo
Una fotografia tratta da uno dei primi rullini dopo il ritorno all’analogico resta particolarmente importante. A Parigi, Langiano vide una donna di spalle, ferma a una balaustra. La scena era quieta, ma sulla sua borsa di tela compariva una frase attribuita a Camus sulla scelta tra il suicidio e una tazza di caffè.

Non aveva diretto la scena. Architettura, grana, distanza e testo erano semplicemente confluiti nello stesso momento. Per lui la fotografia coglieva qualcosa di assurdo e malinconico di Parigi, ma anche del proprio stato d’animo di allora.
L’aveva scattata con una Yashica FR II della fine degli anni Settanta, acquistata a Tokyo: la fotocamera a cui attribuisce il merito di aver riacceso la pratica intorno alla quale ha poi costruito il proprio percorso.

Ricominciare senza una strada già tracciata
Tornato in Tasmania, Langiano sta ancora dando forma al lavoro che considera più importante. Si sta orientando verso un progetto documentario di lungo respiro, che richiede attenzione costante anziché la fortuna di un solo pomeriggio. La quiete e la specificità culturale di Hobart ne fanno un luogo impegnativo da fotografare, proprio perché non offre immagini con la facilità delle dense città europee che conosceva.
Ora quella difficoltà è parte dell’attrazione. Vuole costruire qualcosa abbastanza lentamente da lasciare che le immagini acquistino fiducia e significato nel tempo.

Che cosa gli ha lasciato la pellicola
Langiano non considera più l’analogico il suo unico linguaggio. Le esigenze commerciali richiedono spesso strumenti digitali e accetta serenamente questa distinzione. Ma la pellicola ha cambiato in modo permanente il ritmo del suo sguardo: pazienza prima dello scatto, attenzione all’atmosfera e accettazione del fatto che non ogni immagine debba svelarsi subito.
Tornare a casa lo ha portato a verificare se quelle abitudini appartenessero a una fotocamera, a una città o a lui stesso. Il lavoro che sta costruendo in Tasmania suggerisce che siano ormai parte del fotografo.

Developing Stories è una serie editoriale di Berlin Photo Studio dedicata alle persone, ai ricordi e alle vite dietro le pellicole che sviluppiamo.