Il rapporto di John Hoare con la fotografia è iniziato molto prima dell’arrivo del collodio umido. Cresciuto prima dell’era digitale, ricevette una Kodak Instamatic per il nono compleanno. Il padre gli suggerì di ritagliare le stampe quadrate ritirate in farmacia, adattando le proporzioni al soggetto: larghe per i ponti, alte per il fratello che saltava. Quel semplice gesto di ricomporre l’inquadratura gli rimase impresso.
Seguirono sviluppo e stampa in bianco e nero in una camera oscura scolastica ricavata sotto le scale. Decenni dopo, dopo una carriera da direttore della fotografia per cinema e televisione, Hoare si è sentito attratto da un’altra forma di lentezza fotografica.

Entrare nel mondo del collodio umido
Circa dieci anni fa, mentre guardava online fotografie ottocentesche, Hoare si imbatté nel ritratto al collodio umido di un surfista. L’apparente contraddizione lo fermò: l’immagine sembrava storica, ma il soggetto chiaramente non lo era. Scoprì che si trattava di una fotografia contemporanea di Joni Sternbach e da lì continuò a esplorare il procedimento.

«Ero inconsapevolmente attratto dalla fotografia “lenta”, allo stesso modo in cui gli appassionati di musica abbracciano il vinile.»
Il collodio umido ha cambiato il ritmo del ritratto. Preparare, esporre e sviluppare una sola lastra può richiedere dai dieci ai quindici minuti. Quell’attesa crea spazio. Hoare parla con chi posa, ne ascolta la storia e lascia che osservi il procedimento. Il ritratto riguarda meno una rapida sequenza di scatti e più l’esperienza condivisa di creare un’immagine.

Controllo, caso e impronte
Sul piano tecnico, Hoare cerca di controllare il più possibile. Il collodio umido offre molti punti in cui qualcosa può andare storto: chimica, contaminazione, acidità, temperatura, esposizione e segni talvolta privi di una causa evidente. Lavora in un piccolo capanno nel giardino e si affida a pochi schemi di luce ben conosciuti e a procedure dimostratesi affidabili.

Ma il controllo completo non è mai davvero possibile. Questa tensione fa parte del carattere del mezzo. Alla domanda su come chimica e materia entrino nel suo linguaggio visivo, Hoare ha risposto con una frase che dice quasi tutto: «Non ho bisogno di firmare le mie lastre… ci sono le mie impronte dappertutto».

Uno dei primi ritratti di Sophie Rivers fu una svolta: per la prima volta sentì che luce e chimica avevano funzionato insieme esattamente come desiderava. Da allora il processo è rimasto una negoziazione tra mestiere e imprevedibilità.

La storia e il dramma in un volto
Hoare non crede che un procedimento storico cambi i fondamenti di un ritratto riuscito. Il lavoro da direttore della fotografia gli ha reso profondamente familiari luce e inquadratura. Conta ancora la stessa cosa: trovare la storia e il dramma in un volto, qualunque sia la fotocamera.

«Un buon fotografo cerca sempre la storia e il dramma in un volto, indipendentemente dalla fotocamera che ha in mano.»
Al momento esplora due direzioni che sente naturalmente vicine al collodio umido: il gotico e l’erotico. L’oggetto fisico resta però centrale. Tenere una lastra in mano dà soddisfazione proprio perché esiste come qualcosa di fatto, toccato e conservato, anche se Hoare accetta volentieri che quelle lastre vivano online come immagini.

A chi non ha mai vissuto il collodio umido, consiglia semplicemente di provarlo. Trovare qualcuno che lo pratichi, posare per un ritratto e vedere l’immagine apparire. La tecnica spiega una parte del processo, ma il suo teatro — l’attesa, la chimica e il momento in cui l’immagine diventa visibile — è qualcosa di completamente diverso.

Il lavoro al collodio umido di John Hoare · Instagram
Developing Stories è una serie editoriale di Berlin Photo Studio dedicata alle persone, ai ricordi e alle vite dietro le fotografie che incontriamo.